la storia di torre quetta

Sintesi basata sulla documentazione degli organismi sanitari e di controllo ambientale e della Procura della Repubblica. Documento fornito dall'assessorato all'ambiente del Comune di Bari

L’amianto presente a Torre Quetta (risulta dagli atti dell’indagine intrapresa dalla magistratura) proviene in gran parte dalla Fibronit, fabbrica per la produzione di manufatti per l’edilizia, con sede a Japigia (in linea d’aria molto vicina a Torre Quetta) che ha operato a Bari tra il 1935 e il 1985.

Gli ex operai della Fibronit hanno raccontato al magistrato che ogni sabato, tra gli anni '60 e '70, un furgoncino entrava nello stabilimento per raccogliere e portare via tutto l’impasto di acqua e amianto ripulito dall’interno dei vasconi nei quali veniva effettuata la mescola. Il furgoncino faceva rotta verso una piccola insenatura sul litorale a Sud della città. La sovrapposizione di foto aeree, in effetti, dimostra che quell’insenatura esisteva e invece nel tempo è stata di fatto colmata.

E’ gennaio del 2001 quando, proseguendo una serie di accertamenti avviati a seguito di circostanziate segnalazioni da parte di associazioni e semplici cittadini, il Pmp (Presidio multizonale di prevenzione che confluirà poi nell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente di Puglia) conferma l’esistenza del problema amianto lungo il litorale a Sud di Bari. La ricerca del materiale inquinante viene effettuata a monte e a valle del torrente Valenzano e si spinge fino alla zona nota come Torre Quetta dove stanno per partire i lavori di realizzazione del nuovo parco attrezzato con spiagge.

Nella relazione tecnica firmata dall’allora direttore del Pmp, Onofrio Lattarulo, e inviata al Comune il 19 gennaio 2001 si confermano le denuncie, dettagliate anche da materiale fotografico: in tutti i punti di campionamento a valle e a monte del torrente Valenzano e fino al confine Sud di Torre Quetta c’è presenza di amianto. Non solo, i tecnici che hanno effettuato le analisi sui campioni di materiale sospetto prelevato tra gli scogli e sulla sabbia, così concludono la loro relazione: “Alla luce di quanto esposto, appare ampiamente giustificata la necessità di una bonifica dell’area in questione dall’amianto; tale bonifica dovrà riguardare sia i materiali in superficie che interrati, con metodologie tali da consentire il rispetto dei requisiti di cui al decreto ministeriale 471 del 25 ottobre 1999”.

Una bonifica secondo il decreto 471 del 1999 si giustifica solo in presenza di un sito inquinato e, nel caso di Torre Quetta, inquinato da materiali con matrice di fibre cancerogene d’amianto. Qualsiasi bonifica su aree inquinate con materiali pericolosi deve essere preceduta da straordinarie misure di sicurezza a tutela della pubblica salute e della pubblica incolumità con divieto a chiunque di accedere alle zone fonte di pericolo per la salute.

Malgrado il rischio, Dal 2001 al 2004 l’amministrazione continua a consentire l’accesso ai cittadini nelle aree che il Pmp addita come passibili di una bonifica.

Il 25 gennaio del 2004, il responsabile dell’Associazione esposti amianto (Aea) di Bari, presenta alla Procura della Repubblica un esposto molto dettagliato sulla presenza di materiali cancerogeni a Torre Quetta. L’esposto è corredato da un frammento dei manufatti incriminati che, fatto analizzare nei lavoratori dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) dell’Emilia Romagna, si rivela quello che si era temuto che fosse: un pezzo di cemento con all’interno un’anima di fibre di amianto e precisamente di crocidolite e crisotilo, la forma più pericolosa tra gli amianti in commercio fino al 1992 (anno di messa al bando del pericoloso minerale anche in Italia).

Scatta l’inchiesta penale. Il magistrato incaricato delle indagini raccoglie la documentazione e le testimonianze dalle quali risulta che l’amministrazione (per la cronaca quella di Di Cagno Abbrescia) non ha ordinato interventi di bonifica, così come prescritto dal Pmp a gennaio 2001, bensì si è limitata a lavori di “pulizia della superficie del terreno”. Pulizia, non bonifica. Questo significa che, per quanti pezzi di cemento e amianto venissero semplicemente rimossi periodicamente, altrettanti il mare ne rigettava in spiaggia, rinnovando ogni giorno i rischi per i bagnanti che restavano inconsapevolmente esposti alle micidiali fibre del minerale cancerogeno.

Il magistrato ricostruisce minuziosamente quanto per Torre Quetta si sarebbe dovuto fare e rileva: “La stessa ditta incaricata a manutenere la spiaggia (la Serveco) avvertiva che, essendo l’attività prospettata, evidentemente richiesta dal Comune, limitata alla pulizia superficiale, sarebbero permasti i rischi di un riaffioramento dell’amianto e, pertanto, consigliava vivamente di fare eseguire immediatamente un’attività ulteriore, diretta a garantire la staticità e il contenimento del terreno superficiale pulito”.

Richiamando la già illustrata relazione del Pmp del 19 gennaio 2001, il magistrato poi ricorda come lo stesso organismo di controllo ambientale avesse “indirettamente ma inequivocabilmente bocciato la strategia comunale”. Era chiaro che per un inquinamento così pericoloso, ci sarebbe voluta una bonifica vera e propria e durante la bonifica a tutela della salute, la spiaggia non sarebbe stato possibile tenerla aperta.

Alla fine, agli atti dell’inchiesta risulta che il Comune ha fatto rimuovere dal 2001 al 2004 undici tonnellate di manufatti con sostanze pericolose, adottando misure di sicurezza per i lavoratori (tute e maschere con filtri), ma consentendo l’accesso a seguito di queste manutenzioni ai cittadini. Il rischio era quindi l’esposizione a materiali cancerogeni che continuavano a essere rigettati a riva dall’azione del mare.

Ecco il dettaglio di questa evidenza. Il magistrato spiega: “dal 22 febbraio 2001 al 30 marzo 2001, nell’arco di poco più di un mese, la Serveco procedeva alla pulizia/bonifica superficiale raccogliendo circa 7.673 chili di materiale con amianto. Nel 2002 e nel 2003, gli interventi di pulizia/bonifica riproponevano lo stesso schema, con la predisposizione del piano di sicurezza relativo alla sicurezza della salute dei lavoratori (in effetti, gli operai della Serveco lavoravano alla rimozione dei frammenti vestendo la tuta isolante e la maschera con filtro protettivo contro l’inalazione di micidiali fibre cancerogene d’amianto) e l’assenza della procedura di cui al decreto del 99, 471; con una novità determinata dall’assenza, rispetto alle attività del 2001, del Pmp/Arpa che non veniva più invitato a valutare lo stato dei luoghi”

Che quell’amianto fosse pericoloso, lo dimostrano da un lato le cautele (tute e maschere) che hanno dovuto prendere gli operai chiamati a rimuovere i materiali pericolosi, dall’altro le successive relazioni tecniche di Pmp e Arpa. Il magistrato infatti osserva ancora: “E’ importante rilevare come nella documentazione proveniente dalla Serveco emerga che in cinque interventi effettuati dal 2001 al 2004 (senza contare quello in atto in questi giorni - siamo ad aprile del 2004- ) siano stati raccolti ben 11.522 kg (più di 11 tonnellate, come detto) di materiale contenente amianto definito dal Noe (Nucleo operativo ecologico dei carabinieri) e dall’Arpa, a pagina 4 dell’informativa del 15 aprile 2004, “in stato di elevato degrado e friabilizzazione” (il più pericoloso per la salute perché non più trattenuto nella matrice di cemento che ne evita la dispersione delle fibre nell’aria), senza escludere, come si evince dal richiamato verbale del Pmp del maggio 2001, che vi siano stati altri interventi di pulizia/bonifica con relativo quantitativo di amianto raccolto e non documentato”.

A partire da febbraio del 2004, anche l’ufficio del Demanio marittimo della Regione, ovvero l’ufficio che rilascia le concessioni per lo sfruttamento a fini turistico-balneari del patrimonio costiero ha invitato il Comune a transennare l’area interessata dall’inquinamento e a impedire che i bagnanti vi accedessero. Almeno tre le diffide inoltrate e notificate alla allora amministrazione comunale fino a tutto il mese di aprile.

L’epilogo, inevitabile, il 1 maggio 2004, con l’apposizione dei sigilli di sequestro su ordine della Procura della Repubblica la quale rilevava a Torre Quetta una situazione di “grave rischio per la salute pubblica”

Con l’avvento della nuova amministrazione comunale (guidata dal sindaco Michele Emiliano) viene intrapresa la strada della bonifica secondo la legge. Il sindaco e l’assessore all’Ambiente, Maria Maugeri, scelgono la strada della cautela e della massima salvaguardia della salute dei cittadini. Vengono commissionati i piani di studio per la quantificazione e la qualificazione delle sostanze pericolose presenti a Torre Quetta. Si scopre che ci sono almeno due cumuli a nord, verso il Torre Valenzano e uno, decisamente più grande, a Sud, nell’insenatura colmata dagli sversamenti provenienti dalla Fibronit.

Dopo le analisi e la predisposizione di un progetto, il primo progetto in Italia di bonifica da amianto in acqua, i lavori partono nell’estate 2007 per concludersi l’estate dopo, nel 2008. Alla fine della prima, delicatissima fase di interventi, verranno rimosse ben 1.100 tonnellate di materiale contenente amianto.

Ma i lavori non si fermano. In ossequio al principio di cautela precedentemente disatteso, la nuova amministrazione dispone che si effettuino ulteriori lavori di sicurezza per scongiurare qualsiasi possibile ritorno dell’amianto, eventualmente ancora depositato sui fondali del mare, a terra. La seconda fase dei lavori prevede un riempimento a mare per 30 metri di profondità e su un’estensione complessiva di circa 2 chilometri e trecento metri. In più, davanti alla nuova linea di costa verrà posta una barriera frangiflutti a pelo d’acqua (non visibile all’esterno) per proteggerla dalle mareggiate.

Torre Quetta diventerà un parco con annesse spiagge che aggiungerà altri 9 ettari circa di estensione ai 12 già esistenti, raggiungendo così una superfìcie complessiva di addirittura 21 ettari, sette volte l’estensione di parco 2 Giugno. Soprattutto sarà una spiaggia finalmente sicura.

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